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Moda: “La Certificazione di filiera è solo il primo passo per tutelare il vero Made in Italy”

Il sistema moda bresciano, con le sue oltre 1.292 imprese registrate al terzo trimestre 2025, di cui quasi il 60% artigiane, si prepara ad affrontare una fase cruciale con l’introduzione della Certificazione unica di conformità delle filiere della moda – ora è al vaglio della Camera – e che punta a garantire trasparenza e legalità lungo l’intera catena produttiva. «Abbiamo accolto questa novità con favore – dichiara Eugenio Massetti, presidente di Confartigianato Brescia e Lombardia – perché rappresenta un passo importante per la tutela del vero Made in Italy e del saper fare artigiano che è alla base anche del settore della moda bresciana. Ma non basta. Serve una riforma più ampia che valorizzi la manifattura locale e istituisca un tavolo tecnico permanente per definire modelli di controllo efficaci e sostenibili. Le nostre imprese sono pronte a fare la loro parte, ma chiedono regole uguali per tutti e filiere trasparenti».

La filiera moda bresciana, che occupa oltre 8.700 addetti, di cui più di 3.200 nell’artigianato, è composta in larga parte da micro e piccole imprese: il 97,5% ha meno di 50 dipendenti, a conferma di un tessuto produttivo diffuso, fortemente radicato sul territorio e ricco di competenze uniche.

A sottolinearlo è anche Massimo Vielmi, presidente provinciale e regionale della Federazione Moda di Confartigianato: «Il vero Made in Italy nasce da queste imprese, da chi lavora ogni giorno con passione, creatività e rispetto delle regole. Ma questo capitale di valori rischia di essere compromesso da modelli produttivi opachi e da contratti che penalizzano gli artigiani. Il settore attraversa oggi una fase complessa, segnata da scandali, delocalizzazioni occulte e rapporti contrattuali penalizzanti per molte imprese artigiane. Il rischio è quello di compromettere la credibilità di un sistema produttivo fondato sulla qualità e sull’etica del lavoro. E mentre il fast fashion continua a imporsi con modelli globali e ritmi frenetici, le imprese artigiane – custodi del vero saper fare – fanno sempre più fatica a mantenere identità e margini sostenibili. La certificazione serve, ma serve un sistema che rimetta al centro il valore umano e manifatturiero del nostro modello produttivo e, soprattutto che tale certificazione sia uno strumento di competitività reale e non un ulteriore adempimento burocratico».

Le esportazioni del comparto, solo nella nostra provincia, sono pari a 815 milioni di euro nei dodici mesi più recenti e mostrano la forza internazionale della moda bresciana, sostenuta da produzioni di qualità e da una tradizione artigiana che continua a rappresentare un marchio di eccellenza.

Il percorso verso la legalità deve poggiare su regole chiare e uguali per tutti gli attori della filiera. «Non possiamo più permettere – osserva ancora Vielmi – che le imprese committenti si sottraggano alla responsabilità sociale e contrattuale verso chi produce. Il rispetto della legge 192/1998 sulla subfornitura, la trasparenza dei rapporti e la tracciabilità delle lavorazioni devono diventare principi inderogabili. Solo così il Made in Italy potrà recuperare autenticità e credibilità sui mercati internazionali. Il Made in Italy non è un’etichetta, ma una catena di valore che unisce persone, imprese e territori. Riconoscerlo significa tornare a investire nella nostra identità produttiva, ridare dignità al lavoro artigiano e assicurare al Paese una crescita fondata su legalità, competenza e responsabilità».

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